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Psicologia e sessualità

Ultimo aggiornamento: 23/05/07

Il cervello si può allenare

Sui benefici della meditazione gli studi non mancano. Si va da quelli che la incoraggiano come elisir di lunga vita, a quelli che la ritengono un ottimo antidoto per il controllo del dolore, fino a quelli più recenti che la considerano un rimedio per la pressione alta. A rinforzare le ipotesi sui benefici della disciplina ha provveduto uno studio pubblicato su Plos Biology e ripreso dal New York Times, secondo il quale meditando si potrebbe migliorare notevolmente la capacità di cogliere particolari che solitamente non vengono registrati dal cervello. In pratica l’allenamento alla meditazione migliora la capacità di prestare attenzione a più particolari contemporaneamente.

Troppi stimoli
Il nostro sistema sensorio, premette lo studio, è costantemente bombardato da moltissimi input, ma viste le limitate potenzialità del cervello si finisce per accoglierne solo alcuni e non altri. La novità dello studio di Plos è che attraverso un adeguato training di meditazione sembra possibile “gestire” il flusso di informazioni, migliorando le proprie performance di fronte a un test visivo. Il tipo di meditazione preso in esame è la cosiddetta vipassana, una delle due principali forme di meditazione buddista, detta anche meditazione di visione penetrativa. Questa forma di meditazione non è finalizzata al raggiungimento di stati di assorbimento meditativo e non ha un carattere astrattivo. Al contrario intende sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali, affinché se ne colga la reale natura e ci si incammini per tale via verso la liberazione. In parole più semplici si tratta di far fluire pensieri. Secondo lo studio sono sufficienti tre mesi di intenso training in questo tipo di meditazione per raggiungere risultati, come per esempio la capacità di cogliere eventuali veloci cambiamenti nelle espressioni del viso di chi sta davanti. Come a dire che la mente si può allenare. Ed è la prima volta, spiegano gli autori, che si studia, al di là di tutti gli altri risvolti benefici della pratica meditativa, il rapporto tra meditazione e attenzione. Ma come si è svolto lo studio?

Questione di attentional blink
Lo studio si è basato su uno specifico fenomeno cerebrale, il cosiddetto “attentional blink”, che è quello in virtù del quale se nel giro di pochissimo passano due immagini davanti agli occhi, la prima viene intercettata, la seconda no. E’ come se si verificasse un temporaneo black-out della coscienza impegnata a metabolizzare la prima immagine. Ma il cervello è in grado di afferrare anche la seconda, è possibile, cioè, esercitare un controllo su come si dà attenzione alle cose. E non deve essere necessariamente un controllo volontario. I 17 soggetti presi in esame nello studio privi di esperienza meditativa, hanno trascorso tre mesi presso un centro di meditazione, nel quale hanno “riflettuto” dalle 10 alle 12 ore giornaliere. Un gruppo di controllo si è, invece, limitato a 20 secondi di riflessione di ordinanza. Quindi sono stati sottoposti a un test per misurare l’attentional blink, nel quale dovevano visualizzare uno schermo sul quale comparivano in sequenza delle lettere con due numeri mischiati e da identificare. L’attività cerebrale dei soggetti monitorati è stata registrata con degli elettrodi. Ebbene mentre il primo numero è stato identificato facilmente da tutti non altrettanto si può dire per il secondo numero, che è stato individuato molto più facilmente dai soggetti sottoposti ad allenamento di meditazione intensiva. Con una minore attività cerebrale associata alla visione del primo numero. L’attenzione, concludono gli autori dello studio, è un’abilità flessibile e allenabile.

Marco Malagutti


Fonte
Davidson RJ et al. Mental Training Affects Distribution of Limited Brain Resources. Plos Biology

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