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Neurologia

Ultimo aggiornamento: 14/12/07

Il prezzo della guerra

Cambiano i Paesi coinvolti nei conflitti, gli obiettivi da perseguire e le armi utilizzate, ma in ogni caso le guerre costituiscono da sempre oggetto di discussione e fonte di dolore. Esempio sono i conflitti più recenti, in Iraq e Afghanistan, per i quali gli Stati Uniti hanno già pagato, e stanno ancora pagando, un prezzo troppo elevato in vite umane. Tuttavia, non vanno considerati solo i soldati che perdono la vita sul campo, ma anche tutti quelli che, una volta tornati a casa, apparentemente sani, sviluppano in seguito patologie che sono la conseguenza del periodo trascorso lontano. Sono, infatti, ormai accertati i danni provocati dall'uranio impoverito o i disturbi psichiatrici che affliggono moltissimi marines al loro rientro in patria. Anche se nel corso degli ultimi anni si è assistito a un significativo incremento del tasso di sopravvivenza, questo non corrisponde necessariamente a un miglioramento delle condizioni di vita di chi è vittima di danni fisici e psicologici causati dalla guerra.

Numeri incerti, danni sicuri
Tra i disturbi più frequentemente osservati nei veterani che rientrano dall'Afghanistan e dall'Iraq vi sono i danni cerebrali provocati dai traumi. Dalle pagine di USA Today emergono dati allarmanti: sarebbero circa 20 mila i soldati americani che potrebbero sviluppare i segni di un danno cerebrale traumatico (TBI, traumatic brain injury), un numero cinque volte più elevato di quello ufficialmente dichiarato dal Pentagono. Rispetto ai precedenti conflitti americani, l'incidenza di questo tipo di lesioni è notevolmente aumentata negli ultimi anni, passando dal 14-20% al 60%, secondo quanto riportato nel 2004 da fonti militari USA. Nelle guerre che hanno dominato il passato statunitense (Vietnam, Korea) la maggior parte delle ferite al capo era di tipo penetrante ed aveva un esito mortale, mentre nei conflitti attualmente in corso è aumentato il numero di danni dovuti ai traumi chiusi, che costituiscono uno dei principali fattori di rischio per l'insorgenza di epilessia. Questo è probabilmente dovuto alla maggior diffusione di armi esplosive che, a differenza di quanto accadeva con i proiettili precedentemente impiegati, sono in grado di provocare un'intensa variazione della pressione atmosferica, oltre a sviluppare energia acustica, termica ed elettromagnetica. Inoltre, non va dimenticato che numerose sostanze presenti negli esplosivi, come il trinitrotoluene, possono essere neurotossiche. Clinicamente, la difficoltà maggiore consiste nel distinguere il danno cerebrale traumatico dal disturbo post traumatico da stress, due entità che presentano alcune caratteristiche comuni e differenze spesso troppo sottili da rilevare.
Per correre ai ripari il Dipartimento della Difesa americano ha già stanziato milioni di dollari per la ricerca in questo campo, creando tra l'altro centri di eccellenza per lo studio dei disturbi psicologici e del TBI.

Volontari arruolati
Tra i possibili rischi a cui vanno incontro i veterani una volta rientrati in patria vi è l'insorgenza di una particolare forma di epilessia, definita per l'appunto post traumatica (PTE, post-traumatic epilpsy). Quest'ultima si sviluppa, infatti, sopratutto nelle vittime di un TBI che, secondo uno screening avviato nell'agosto scorso presso il Centro Medico Navale Americano, sarebbero l'83% di tutti i feriti durante la guerra.
In proposito, gli esperti della American Epilepsy Society (AES), recentemente riunitisi in un congresso a Philadelphia, hanno ufficialmente lanciato l'operazione Giveback. Si tratta di un'iniziativa che prevede l'organizzazione di un network di epilettologi che, volontariamente, dedicherebbero parte del loro tempo alla causa dei veterani, con lo scopo di diffondere, sia tra il pubblico sia tra la comunità scientifica, la capacità di riconoscere i sintomi che caratterizzano la PTE. L'insorgenza della patologia, infatti, può essere subdola e le convulsioni potrebbero scatenarsi anche anni dopo l'evento traumatico (in genere un'esplosione), tanto che la maggior parte dei soldati tende a non ricollegare i due avvenimenti.
Oltre a promuovere programmi di screening tra i veterani e a supportare la nascita di nuovi centri di eccellenza per l'epilessia dedicati a questa categoria a rischio, gli esperti sottolineano l'importanza di un precoce riconoscimento dei sintomi della PTE, necessario per una tempestiva valutazione specialistica e un conseguente trattamento ottimale.

Ilaria Ponte

Fonti
Grappling with traumatic brain injury. The Lancet 2007; 370:1879

American Epilepsy Society (AES) 61st Annual Meeting, Philadelphia, November 30 – December 7, 2007



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