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Neurologia

Ultimo aggiornamento: 12/09/08

Esercizio per la memoria

Non è mai troppo tardi, per correggere gli stili di vita e averne un beneficio. A cominciare dal banale consiglio di fare più attività fisica, che oltre a tutto il resto può aiutare anche la memoria e le funzioni cognitive: persino negli anziani nei quali sono già compromesse. Questo può contribuire ad allontanare l’evoluzione verso l’Alzheimer, senza che si possa concludere affrettatamente che la previene. Sembra infatti che basti un po’ d’esercizio in più, equivalente a circa due ore e mezzo alla settimana, per ottenere un miglioramento cognitivo sia pure modesto in persone ultra 50enni con deficit medi ma non già con demenza. La prospettiva, incoraggiante, emerge da una ricerca australiana che mostra il contributo preventivo anti-demenza di un semplice programma di esercizi domiciliari, la prima a conoscenza degli autori in soggetti anziani già con peggioramento cognitivo documentato e a rischio di Alzheimer. Anche questo un aspetto da tenere presente, dunque, alla luce dell’incremento di questi malati che globalmente è previsto dai 26,6 milioni attuali ai 106,2 milioni del 2050: sempre secondo le stime, ritardare lo sviluppo della patologia di un solo anno porterebbe a una riduzione di 9,2 milioni di casi.

Incremento modesto ma persistente
Diversi studi osservazionali, tra gli altri il vasto Nurses’ Health Study sulle infermiere americane, hanno evidenziato che le persone fisicamente attive sembrano avere una minore probabilità di quelle sedentarie di andare incontro a declino cognitivi e demenza in tarda età. C’era però una certa carenza di studi randomizzati di conferma. Questo lo scopo dei ricercatori australiani, che hanno analizzato un campione finale di 170 volontari, dai 50 anni in su, con problemi di memoria non classificabili come demenza, assegnati in modo casuale a un programma abituale di educazione e approccio di gruppo oppure a uno domiciliare a base di esercizi per un periodo di 24 settimane. Gli esercizi potevano essere d’intensità da moderata a elevata e l’intento era promuoverne l’esecuzione per almeno 150 minuti alla settimana, chiedendo ai partecipanti di completarli in tre sedute settimanali di 50 minuti l’una; quello più spesso raccomandato consisteva nel camminare. La funzionalità cognitiva è stata misurata con l’apposita sottoscala dell’Alzheimer Disease Assessment Scale (ADAS-Cog) e i controlli si sono svolti fino a 18 mesi dall’inizio dell’intervento. In totale sono stati 130 i partecipanti che hanno proseguito la valutazione a 18 mesi. Al termine del programma i soggetti nel gruppo d’intervento hanno avuto un miglioramento di 0,26 punti della ADAS-Cog, contro un peggioramento di 1,04 punti per quelli con approccio usuale, una differenza assoluta quindi di 1,3 punti. A 18 mesi i primi sono apparsi aumentati di 0,73 punti in confronto allo 0,04 degli altri, cioè un miglioramento di 0,69: valore che può sembrare piccolo ma che è potenzialmente importante considerando, sottolineano gli autori, la quantità relativamente modesta di attività fisica eseguita nello studio. Tanto più che i benefici dell’esercizio sono diventati visibili a sei mesi dall’inizio e si sono mantenuti per altri dodici dopo che l’intervento è terminato.

Possibile effetto su perfusione e plasticità
A differenza dei farmaci, rilevano ancora i ricercatori, che hanno mostrato di non avere effetti significativi a 36 mesi rispetto al peggioramento cognitivo medio, l’attività fisica ha il vantaggio di produrre benefici per la salute che non si limitano alla funzione cognitiva, come suggerito dalle evidenze relative alla depressione, alla qualità di vita, al rischio di cadute, alla funzione cardiovascolare e alla disabilità. Ma come agisce rispetto al miglioramento della memoria in soggetti a rischio Alzheimer? I meccanismi non sono chiari, tuttavia in base a studi sull’animale e sull’uomo è possibile che vengano stimolate la perfusione cerebrale o la plasticità attraverso la formazione di nuove sinapsi, o attenuate le risposte nervose allo stress. Si è visto per esempio nell’uomo che l’attività fisica si associa a un maggior flusso ematico nelle zone cerebrali che modulano l’attenzione; ci possono essere anche effetti sui neurotrasmettitori, di tipo colinergico, o interazioni con il genotipo (APOE epsilon4) legato a cambiamenti nelle aree cerebrali che vengono colpite nelle persone con l’Alzheimer molto prima che il deterioramento cognitivo sia clinicamente manifesto. Il trial comunque non è stato disegnato per indagare lo sviluppo della demenza e quindi i risultati non possono essere usati per concludere, precisano gli autori, che l’attività fisica riduca effettivamente la probabilità di demenza in anziani a rischio. In ogni caso resta il valore dell’evidenza che un intervento così semplice sia benefico per la memoria di persone nelle quali era già compromessa e che risultavano quindi più esposte.

Elettra Vecchia

Fonti
Lautenschlager N. T. et al. Effect of physical Activity on Cognitive Function in Older Adults at Rosk for Alzheimer Disease. JAMA 2008;300;1027-1037

Alzheimer

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