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Cardiologia

Ultimo aggiornamento: 26/09/08

Esercizio per vivere di più

Se parametri utili per valutare il rischio cardiovascolare, come la presenza di diabete, necessitano di una valutazione oggettiva con misurazioni strumentali, per valutare l’attività fisica basta chiedere al paziente. L’attività fisica che si dichiara di fare nel proprio tempo libero, trova, nel lungo termine, un ottimo livello di correlazione (inversa) con il rischio di morire per cause cardiovascolari e per tutte le altre cause in persone sane dal punto di vista cardiovascolare e che non soffrono di patologie coronariche. Vale a dire che si può considerare un buon indicatore predittivo del rischio cardiovascolare. Quello che non è ancora chiaro è se la stessa considerazione si possa fare quando la domanda viene posta a persone che soffrono di malattia coronarica.

Numeri per dimostrare
Qualche dato statistico significativo è stato ottenuto con un monitoraggio di cinque anni, ma su un campione di nemmeno mille persone, e per quanto fosse stata riscontrata una riduzione del 50% del rischio di morire già con una attività fisica leggera la correlazione si perdeva a livelli di intensità maggiore di esercizio. Poiché mai come in questi studi sono importanti i numeri, è probabile che un campione di 772 persone non sia sufficientemente ampio per poter considerare predittivo un parametro. Ampliando il campione e il periodo di monitoraggio, tuttavia, risultati certi iniziano ad arrivare. Sono stati recentemente resi noti i dati raccolti da un’indagine, avviata nella seconda metà degli anni ’70 e conclusasi negli anni ’90, dopo circa 14 anni e mezzo di monitoraggio di una popolazione di quasi 25 mila pazienti con malattia coronarica provata o sospetta arruolati nel Registro del Coronary Artery Surgery Study (CASS). Annualmente gli operatori, oltre alle valutazioni demografiche e cliniche di routine, inclusa l’abitudine al fumo, hanno chiesto ai pazienti di parlare di ciò che facevano ogni giorno nel tempo libero e che livello di attività fisica e ricreativa avevano praticato nei sei mesi precedenti.

L'intensità fa la differenza
Sulla base delle dichiarazioni rilasciate dai pazienti durante gli incontri è stato possibile tracciare una scala di attività a quattro livelli: strenua, moderata, leggera e sedentaria. L’attività strenua includeva anche un aspetto competitivo e la capacità di resistenza allo sforzo magari richiesto da un gioco di squadra. La moderazione prevedeva attività che comportavano piacere e rilassamento; un’attività leggera includeva solo un leggero esercizio fisico; venivano considerate attività sedentarie tutte quelle che si potevano svolgere stando seduti. Sulla base delle risposte e della sovrapposizione dei dati raccolti in quasi 15 anni, è stata osservato che il livello di intensità dell’attività fisica calava soprattutto tra le donne, nelle fasce di età più avanzate, in presenza di diabete, ipertensione tabagismo e familiarità con malattie cardiache coronariche insorte precocemente. Non c’erano differenze tra gli indici di massa corporea anche se chi faceva meno attività fisica aveva un peso corporeo più basso, indice di una minore prestanza fisica. Inoltre, è stato individuato un gradiente di rischio dai gruppi più attivi a quelli meno attivi che vedeva aumentare il rischio di eventi cardiovascolari, nei soggetti sedentari, da 1,6 a 2 volte. Anche a parità di altre variabili, come età, abitudine al fumo, colesterolemia e altre, il gradiente si attenuava, ma rimaneva evidente, a confermare un valore predittivo e indipendente dell’attività fisica e dell’intensità della stessa. Assodato, per buon senso e per evidenze scientifiche, che fare esercizio fa bene quando si sta bene a maggior ragione quando di soffre di una patologia coronarica l’attività fisica non può essere abbandonata. Tanto meno esclusa.

Simona Zazzetta

Fonti
Apullan JF et al. Usefulness of self-reported leisure-time physical activity to predict long-term survival in patients with coronary heart disease. Am J Cardiol. 2008 Aug 15;102(4):375-9

 

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