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Bioetica

Ultimo aggiornamento: 05/09/08

La tortura è finita?

Era una mattina di gennaio di quindici anni fa quando una ragazza venne ricoverata a Lecco in coma profondo per un gravissimo trauma cranico riportato in un incidente stradale. Al trauma cranico si è aggiunta la frattura della seconda vertebra cervicale che la condanna quasi sicuramente alla paralisi totale. La ragazza si chiama Eluana Englaro e da quella mattina ancora “dorme”. La parola d’ordine delle prime 48 ore è quella classica “aspettiamo e vediamo”. I medici cercano di strapparla alla morte, viene intubata e le vengono somministrati i primi farmaci. Ma Eluana non reagisce e continua a vegetare. Dimessa nell’aprile del 1992 viene portata in un altro reparto dell’ospedale di Lecco, dove è sottoposta a una serie di stimoli, sperando nel risveglio, che non si verifica. Oggi dopo sedici anni, però, la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato il padre di Eluana Englaro, Beppino, in qualità di tutore, a interrompere il trattamento di alimentazione forzato che tiene in vita la figlia. Una decisione storica che ha portato con sé il consueto strascico di polemiche.

Il caso
Una cosa Beppino Englaro ha sottolineato in diverse occasioni. Eluana era una ragazza molto forte e determinata e, benché molto giovane, aveva già vissuto l’esperienza di un amico costretto al coma vegetativo da un incidente. La sua posizione nell’occasione era stata priva di sfumature, come sempre, “se mi dovesse capitare qualcosa del genere non vorrei essere tenuta in vita”, aveva detto. Eppure della sua volontà nessuno tiene conto e nonostante il padre nel frattempo sia diventato il tutore legale non si riesce a ottenere la sospensione dell’alimentazione artificiale. E tutto in nome del fatto che Eluana secondo la legge attuale non può essere definita morta perché, anziché l’intero encefalo, l’incidente le ha lesionato la corteccia, la parte dove vengono elaborati pensieri, consapevolezza, sentimenti, relazioni. Gli occhi della giovane, oggi 37enne, come racconta Tempo Medico, si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula del naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l’intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto. Eppure le sentenze, almeno fino ad oggi, hanno rifiutato la richiesta di interruzione dell’alimentazione artificiale fatta dal padre-tutore, in nome di norme rigide e astratte. “Creano una condizione”, ha spiegato Englaro, “che non esiste in natura, uno stato vegetativo permanente. E invece bisognerebbe riuscire ad andare oltre il problema”.

La sentenza
Lo hanno fatto per la prima volta i giudici milanesi per i quali è stato “inevitabile” giungere alla decisione di autorizzare lo stop del trattamento di alimentazione a Eluana Englaro, ''accertata la straordinaria durata del suo stato vegetativo permanente, l'altrettanto straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà e la sua visione della vita''. “Una concezione della vita - spiega il giudice estensore del provvedimento, consigliere Filippo Lamanna - ''inconciliabile'' con la perdita totale e irreversibile delle proprie facoltà psichiche e la sopravvivenza ''solo biologica del suo corpo, in uno stato di assoluta soggezione passiva all'altrui volere''. La Corte d'Appello ha inoltre espressamente ''escluso'' sia che la scelta del tutore, nonché padre di Eluana, ''sia stata espressione di un suo personale giudizio sulla qualità della vita'' della figlia anziché di quest'ultima, e sia che vi siano stati altri ''fini o interessi se non quello di rispettare la volontà” della ragazza. Una conclusione cui i magistrati sono giunti, facendosi forti anche della valutazione del curatore speciale di Eluana Englaro, l'avvocato Franca Alessio, nominata proprio per ''controllare la mancanza di interessi egoistici del tutore in potenziale conflitto con quelli di Eluana”. La curatrice ha infatti ''pienamente condiviso la scelta del tutore orientata al rifiuto del trattamento di alimentazione forzata''. Visto quindi il ''definitivo accertamento nelle precedenti fasi processuali'' dello stato vegetativo permanente, e le altre prove acquisite, tra cui le testimonianze di alcune amiche di Eluana, i giudici hanno deciso di autorizzare il tutore in accordo col personale sanitario a procedere all'interruzione del trattamento di sostegno vitale con tutte le cautele del caso. “Perdere una figlia è tragico, ma purtroppo succede”, ha commentato Englaro. “Ma vedere la violenza terapeutica, una figlia invasa da mani altrui, costretta a stare in un letto quando ogni cura è inutile, quando sta immersa in una non-morte, in una non-vita, e lei non l’avrebbe mai voluto, ecco, era ed è inumano”.

Marco Malagutti

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