| Biotecnologie
Ultimo aggiornamento: 10/10/07
Topi da Nobel
Il celebre riconoscimento, per la medicina e la fisiologia,
per l’anno 2007, è stato assegnato dalla Fondazione Nobel, la
prestigiosa istituzione privata con sede a Stoccolma, a tre
scienziati: Mario Capecchi, Martin Evans e Oliver Smithies.
Le loro ricerche hanno portato all’elaborazione di una tecnologia
molto potente che ha permesso di lavorare sui singoli geni usati
come bersaglio (geni targeting), ovviamente su modelli animali,
topi nello specifico. La tecnica messa a punto permette oggi
di rendere inattivi i singoli geni, proprio come se venissero
spenti e smettessero di funzionare (knockout). Molti esperimenti
di questo genere hanno spiegato il ruolo, per esempio, di molti
geni nello sviluppo embrionale, nella fisiologia dell’adulto,
nell’invecchiamento e nelle malattie. Sono più di 10 mila i
geni messi ko ed è potenzialmente possibile produrre quasi ogni
tipo di modificazione del DNA nel genoma del topo permettendo
ai ricercatori che ne fanno uso, di stabilire il ruolo dei singoli
geni nei soggetti sani e in quelli malati. Al momento esistono
più di 500 modelli murini di malattie umane tra cui quelle cardiovascolari
e neurodegenerative, diabete e tu more.
Ricerche in parallelo
Per arrivare a tutto ciò i passaggi sono stati numerosi,
piccoli e sparsi nel tempo e nello spazio, in quanto ognuno
dei tre scienziati ha lavorato sul proprio pezzo per poi arrivare
a un obiettivo comune. Mario Capecchi e Oliver Smithies hanno
studiato, indipendentemente uno dall’altro, la ricombinazione
omologa, un processo che permette lo scambio di sequenze di
DNA tra cromosomi omologhi (cioè appartenenti alla stessa coppia
di cromosomi) aumentando la variabilità genetica. I due scienziati
hanno intuito che la ricombinazione poteva essere una modalità
per modificare i geni dei mammiferi. Capecchi, in particolare,
ha dimostrato che il processo poteva avvenire all’interno di
cellule di mammiferi tra cromosomi del DNA introdotto e i cromosomi
già presenti, documentando così la possibilità di riparare geni
difettosi con DNA esogeno. Smithies, dal canto suo, ha tentato
inizialmente di riparare geni mutati in cellule umane per curare
alcune patologie ereditarie del sangue del midollo osseo. In
questi esperimenti anch’egli ha scoperto che i geni endogeni
possono essere “bersagliati” (targeted) e quindi resi accessibili
a modificazioni per ricombinazione omologa. Ma fino a qui si
lavorava solo su singole cellule non su organismi complessi,
e comunque su cellule che non potevano trasmettere le novità
che contenevano.
Per tentativo ed errore
Il passo successivo lo ha fatto Martin Evans. Il
suo primo interesse era rivolto alle cellule di carcinoma embrionale
di topo, che per quanto di origine tumorale, potevano dare origine
a qualsiasi tipo di cellula. E ha immaginato tali cellule come
veicoli per introdurre materiale genetico nella linea di cellule
germinali, ovuli e spermatozoi. Inizialmente senza successo
perchè le cellule tumorali erano portatrici anche di anomalie,
ma alla ricerca di un’alternativa scoprì che si potevano ottenere
colture di cellule normali direttamente estraendole da stadi
precoci di embrioni di topo. Quelle che oggi vengono correntemente
chiamate cellule staminali embrionali. Evans ha iniettato le
cellule staminali embrionali di un ceppo di topi negli embrioni
di un altro ceppo, gli embrioni così prodotti sono stati impiantati
e fatti sviluppare. La progenie derivante è stata successivamente
incrociata e nella prole derivata era possibile rintracciare
i geni contenuti nelle iniziali cellule staminali. A quel punto
i geni in questione potevano essere ereditati secondo le classiche
leggi di Mendell. Tornando a monte del processo, Evans ha modificato
in modo mirato, le cellule staminali embrionali, usando i retrovirus
in quanto capaci di integrare i loro geni nei cromosomi delle
cellule ospiti. Ed è riuscito a trasferire il DNA retrovirale
in cellule staminali embrionali fino a ritrovarlo nella linea
di cellule germinali delle cavie e quindi a far nascere una
generazione di animali portatori di materiale genetico nuovo.
L’unione fa la scienza
Nel 1986 le intuizioni dei tre ricercatori si incontrarono:
da una parte i geni potevano essere bersagliati e spenti per
ricombinazione omologa, dall’altra c’era il veicolo idoneo per
portarli nelle linee di cellule germinali del topo. Nel 1989
furono pubblicati i primi lavori che documentavano la ricombinazione
omologa in cellule staminali embrionali usata per generare cavie
con geni disattivati. Da quel momento il numero di ceppi di
topi con geni opportunamente spenti sono aumentati esponenzialmente
al punto che ora è possibile introdurre mutazioni che si possono
attivare in un momento specifico dello sviluppo o in un organo
specifico.
Le conseguenze di queste ricerche si trovano in tutti i laboratori
di ricerca biomedica che usano modelli animali per studiare
le malattie umane riprodotte in questo modo nelle cavie.
Simona Zazzetta
Fonte
The
Nobel Foundation
|
|
|