| Anestesiologia
Ultimo aggiornamento: 28/03/08
Anestetizzare
anche la coscienza
Ciò che rende più accettabile un intervento chirurgico
e allo stesso tempo spaventa, è l’anestesia totale: sapere di
addormentarsi, di non accorgersi di nulla, di poter chiudere
gli occhi per risvegliarsi a cose fatte rassicura molti. Tuttavia,
continua a inquietare chi non ama entrare in stati alterati
di coscienza, chi ha paura del momento del risveglio e chi teme
di non svegliarsi, magari impressionato da fatti di cronaca.
A generare ansia si aggiunge anche un’altra variabile: mantenere
uno stato di coscienza durante l’intervento.
Indice di sedazione
E’ una possibilità molto remota, che può verificarsi
in uno o due pazienti ogni mille e nella maggior parte dei casi
non è associata alla percezione del dolore. Interessa con maggior
frequenza i pazienti anestetizzati totalmente con farmaci bloccanti
neuromuscolari a causa dei quali non possono segnalare all’equipe
il proprio stato di coscienza. La coscienza intraoperatoria
è un evento raro e grave che lascia un ricordo esplicito delle
percezioni sensoriali vissute durante l’operazione chirurgica,
che può provocare stati di ansia e disturbi tipici da stress
post-traumatico, proprio come accade dopo aver vissuto un trauma
o un incidente. Nel 60% delle sale operatorie americane, ma
anche in Italia, sono presenti strumenti che permettono di monitorare
il livello di sedazione. Il più diffuso è il Bispectral Index
System, una tecnologia basata sull’indice bispettrale, che processa
un elettroencefalogramma attraverso algoritmi e avverte l’anestesista
se l’intensità dell’anestesia generale è inadeguata. L’indice
varia in un intervallo da 100 a zero, i cui estremi corrispondono,
rispettivamente, allo stato di veglia e all’assenza di attività
cerebrale, e poiché in questo caso il giusto sta nel mezzo,
il valore guida, da raggiungere e da mantenere durante l’intervento,
oscilla tra 40 e 60. La sedazione guidata dall’indice BIS permette
all’anestesista di aggiustare il dosaggio dei farmaci per evitare
che il paziente mantenga uno stato di coscienza intraoperatoria.
Approvato ma poco efficace
Quanto questo sistema sia efficace è stato verificato
in vari studi, anche perchè il BIS ha avuto l’approvazione della
Food and Drug Administration, che prima di approvare un presidio
medico per il mercato statunitense vuole prove di efficacia
e sicurezza. Ma una voce di dissenso si è sollevata da un lavoro
realizzato presso il Department of Anesthesiology at Washington
University di St. Louis, Missouri, in cui viene messa in dubbio
la sua validità nel prevenire casi del genere. Il BIS è stato
confrontato con un altro sistema di monitoraggio (ETAg) in un
campione di 1941 pazienti a elevato rischio, vale a dire pazienti
con problemi di eiezione cardiaca, con altri episodi di coscienza
intraoperatoria alle spalle e di difficoltà di intubazione,
uso di psicofarmaci o di cocaina o di alcol, e altri quadri
clinici. Circa meta degli interventi è stata eseguita con un
protocollo normale, nell’altra metà dei casi è stato aggiunto
in monitoraggio con il BIS senza tuttavia ottenere vantaggi:
la quantità di anestetico inalato era la stessa e per due pazienti
in ogni gruppo è stata accertata coscienza intraoperatoria (incidenza
generale dello 0,21% dato coerente con precedenti studi) e per
cinque, quattro nel gruppo con il BIS e uno nel gruppo controllo,
esisteva un sospetto. I risultati non sono certo favorevoli
a questo sistema di monitoraggio che non aggiunge vantaggi e
sicurezza, ma lo studio ha permesso di conoscere meglio questo
fenomeno.
Meccanismi troppo profondi
Per esempio, i pazienti riportano l’episodio molte
ore a volte giorni dopo l’intervento, quando cioè gli anestesisti
non sono più coinvolti nella loro gestione. Inoltre, la poca
efficacia del monitoraggio, che avviene tramite elettrodi superficiali,
per tracciare un elettroencefalogramma corticale, fa supporre
che un metodo così poco invasivo non sia sufficiente. Infatti,
anche se è ben noto a cosa deve (blocco della memoria, stato
di incoscienza e immobilità del paziente) e non deve (depressione
cardivoascolare, ipossia) portare l’anestesia generale, non
è chiaro come e dove lo ottiene. Alcuni studi su modelli animali
hanno identificato come potenziale bersaglio l’ippocampo, regione
del cervello legata al meccanismo della formazione della memoria.
Gli elettrodi superficiali usati nel BIS non riescono a rilevare
l’attività dell’anestetico a livello dell’ippocampo e quindi
a dare informazioni sull’attività della memoria. A questa ipotesi
si aggiunge anche la complessità e le diverse tipologie dei
processi della memoria, che si verificano in percorsi neuronali
diversi, in diverse regioni del cervello, vale a dire che per
addormentare ogni memoria possono servire dosi diverse di anestetico.
Una combinazione non proprio semplice da trovare ma che nella
maggior parte dei casi riesce, ciò che però resta importante
in una sala operatoria è avere ben chiaro che i segnali riportati
dal monitor non sempre corrispondono a processi fisiologici,
come la memoria e la coscienza, che si stanno osservando.
Simona Zazzetta
Fonti
Avidan MS et al. Anesthesia awareness and the
bispectral index. N Engl J Med. 2008 Mar 13;358(11):1097-108
Orser BA. Depth-of-anesthesia monitor and the frequency
of intraoperative awareness. N Engl J Med. 2008 Mar 13;358(11):1189-91
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